Logo Comune



Italiano|Inglese|Francese 
 
Torna alla Home

 MERIGGIO

Chiesetta al campeiPer chi comincia la pratica dello sci-alpinismo, oppure vuole iniziare la stagione con un percorso tranquillo, la salita al pizzo Meriggio è senz’altro una delle più adatte. Si tratta, oltretutto, di un itinerario classico, ben conosciuto non solo da coloro che amano questo sport, ma anche dagli escursionisti, dal momento che il pizzo è una delle mete preferite di chi ama raggiungere, con una camminata di impegno medio, un punto di osservazione di eccezionale valore panoramico, sia sul versante retico che su quello orobico.
Il punto di partenza, non lontano da Sondrio, è l’alpeggio di Campelli, sopra Albosaggia (il termine viene spesso ricondotto all’etico “alpes agia”, cioè “alpe sacra”; probabilmente, però, deriva da una gens romana, l’Albutia). Stacchiamoci, dunque, dalla tangenziale di Sondrio all’altezza dello svincolo per la via Vanoni e, raggiunta la via, dirigiamoci verso la località Porto di Albosaggia, attraversando su un largo ponte il fiume Adda. Invece di proseguire sulla Pedemontana Orobica, deviamo a sinistra, per il centro di Albosaggia, e ad un bivio prendiamo a destra, ignorando le indicazioni per
la Moia. Oltrepassato il poderoso muraglione che sorregge la chiesa parrocchiale di S. Caterina, ci portiamo al centro, dove si trova la piazza del Municipio. Senza salire alla piazza, proseguiamo, fino a trovare, subito dopo, l'indicazione per i Campelli (sulla sinistra). La strada per Campelli, larga ed inbuone condizioni, sale, con andamento regolare e con una carreggiata larga e comoda, fino ai 1296 metri dell’alpeggio, a 10 km dal centro, dove si trova anche un impianto di risalita dismesso.
Prima di incamminarci, soffermiamoci per pochi istanti ad ascoltare una storia di orsi, che ci riporta agli scenari dell’alpeggio sul finire dell’ottocento. Ce la racconta Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne: “Ed io, io continuai e li condussi sull'alpe dei Campelli, verso un'altro grande rifugio di orsi. Una sera, il Domenico aveva udito una delle sue capre gridare disperatamente. Si sentì trafiggere il cuore e non poté più rimanere nella baita. Prese una scure e andò a vedere. Un orso aveva buttato per terra una capra e la stava divorando. Il Domenico afferrò una gamba della capra e tentò di strapparla all'orso. L'orso teneva ben saldo e l'altro continuava a tirare. Al fine Martino trovò la farsa un po' troppo lunga: con un colpo di zampa, fece rotolare per terra il Domenico, la schiena squarciata, e se ne andò colla sua capra.Il Domenico porta ancora il segno della carezza dell'orso, ma da buon filosofo, dice: - Se avesse voluto, avrebbe potuto mangiarmi come ha mangiato la mia capra -. E poiché Martino non lo fece, il Domenico ha conservato un ottimo ricordo degli orsi.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998). Che i boschi a monte di Albosaggia fossero praticati spesso e volentieri da orsi è testimoniato da varie notizie; pare, fra l'altro, che ai primi del Novecento l'albergo Saffratti a S. Salvatore (ora rifugio) proponesse, fra le portate di maggior pregio, il ricercato prosciutto d'orso. 
Ma lasciamo gli orsi alla loro lontanaza storica (anche se, forse, toneranno, prima o poi), e torniamo al racconto dell'escursione. Parcheggiata l’automobile, proseguiamo, dunque, a piedi fino a trovare la partenza della lunga pista che sale all'alpe Meriggio (una sbarra impedisce l'accesso ai veicoli non autorizzati). A questo punto possiamo scegliere fra il più riposante, ma più lungo itinerario che segue il tracciato della strada e la più rapida ed anche
campelli di Albosaggiaripida soluzione della mulattiera che sale nel bellissimo bosco di larici, tagliando più volte la carrozzabile. 
In entrambi i casi raggiungeremo, intorno a quota 2000, un punto, riconoscibile per un cartello di divieto di caccia, nel quale la strada passa fra il versante montuoso a sud ed un piccolo dosso a nord, cominciando a scendere leggermente.
Se la seguiamo, raggiungeremo l’alpe Meriggio, che stende all’ombra dell’omonimo pizzo, e da qui potremo salire, seguendo una pista che si stacca verso sinistra dalla carrozzabile alla baita dell'alpe, salire, in direzione sud-est, all’evidente sella che separa il pizzo Meriggio (m. 2358), a destra, dalla punta della Piada (m. 2122), a sinistra. Alle medesima sella giungiamo anche proseguendo sulla mulattiera, che aggira la punta della Piada sul fianco orientale, con un tratto nel bosco, per uscire all’aperto in prossimità della sella medesima. Una terza possibilità, intermedia, è questa: percorriamo la pista che, dopo il primo tratto in leggera discesa e qualche saliscendi, porta ad una vasca in cemento pe rla raccolta dell'acqua, presso la quale da essa si stacca, sulla sinistra, una pista secondaria, che porta ad una baita sulla cui porta un cartello reca scritto "Alpe Tromba". Alle sue spalle parte un sentiero, che volge leggermente sinistra ed attraversa una breve macchia di larici, sbucando alla fascia di prati che si stende proprio sotto la sella ad est del pizzo Meriggio. 
Poco sotto la sella si può vedere la bella baita Meriggio. Volgiamo, ora, a destra, seguendo una traccia di sentiero che corre sul largo crinale. È, questo, un tratto estremamente panoramico, in quanto ci permette di dominare il grande complesso orobico delle valli di Scais e Venina, con i due ben visibili bacini idroelettrici. Dopo un primo strappo, segue un tratto quasi pianeggiante, che adduce ai piedi del cocuzzolo erboso sul quale è posta, a
2358 metri, la grande croce del pizzo, con una targa datata 2000 - Anno Santo e Giubileo della Montagna, collocata dall'Agesci Scout e dal CAI di Sondrio. Dopo circa tre ore o poco più dalla partenza raggiungiamo la grande croce della vetta.
Di prim’ordine il panorama. Da sinistra (nord-ovest) si intravedono le cime della Costiera dei Cech, in rapida infilata, seguite dal gruppo del Masino-Disgrazia, che propone la cima del Desenigo (m. 2845), alla cui destra si aprono i passi gemelli di Primalpia (pàs de primalpia, m. 2477) e della bocchetta di Spluga o di Talamucca (bochèta de la möca, m. 2532), che congiungono l’alta Valle di Spluga alla Valle dei Ratti. Procedendo verso destra, notiamo, poi, l’affilata cima del monte Spluga o Cima del Calvo (m. 2967), posto all’incontro di Valle di Spluga, Val Ligoncio e Valle dei Ratti. 
I più modesti pizzi Ratti (m. 2919) e della Vedretta (m. 2909) preparano l’arrotondata cima del pizzo Ligoncio (Ligunc’, m. 3038), che si innalza sopra una larga base di granito, nel catino glaciale che si apre sopra i Bagni di Masino (Val Ligoncio e Valle dell’Oro). Alla sua destra, la punta della Sfinge (m. 2802)
vista da Campelli altoprecede la larga depressione sul cui è posto il passo Ligoncio (m. 2575), fra la valle omonima e
la Valle d’Arnasca (Val Codera). A nord del passo si distinguono i modesti pizzi dell’Oro (meridionale, m. 2695, centrale, m. 2703 e settentrionale, m. 2576), seguiti dall’affilata punta Milano (m. 2610), che precede di poco la costiera del Barbacan, fra Valle dell’Oro e Val Porcellizzo, la quale culmina nella cima del Barbacan (m. 2738). Proseguendo verso nord, la testata della Val Porcellizzo propone le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), seguito dal passo Porcellizzo (m. 2950), che congiunge la valle omonima all’alta Val Codera. Ecco, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Chiudono la testata i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed il pizzo del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267). Procedendo verso est, ecco il pizzo del Ferro centrale (m. 3287), il torrione del Ferro (m. 3070) ed il pizzo del Ferro orientale (m. 3200), che costituiscono la testata della Valle del Ferro (laterale della Val di Mello) e sono chiamati nel dialetto di Val Masino “sciöme do fèr”. Alla loro destra la poderosa cima di Zocca (m. 3175), sulla testata della valle omonima. Le altre cime della Valle di Zocca sono nascoste dai due Corni Bruciati (punta settentrionale, m. 3097, e punta centrale, m. 3114), dall’inconfondibile tonalità rossastra. Alla loro destra sbuca appena l’affilata ed esile cima del pizzo Torrone orientale (turùn orientale, m. 3333), seguita dalla cime più elegante, che spicca per la solitaria imponenza e per il profilo che, visto da qui, è singolarmente slanciato, il monte Disgrazia (m. 3678). 
Procedendo in senso orario, distinguiamo la punta affilata del pizzo Ventina e, sul fondo, il monte del Forno. Dopo la triade dei pizzi Tremoggie, Malenco ed Entova, ecco la parata delle cime della testata della Valmalenco: si individuano, da sinistra (ovest) il pizzo Glüschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049),
la Cresta Güzza (m. 3869), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), a monte del ramo orientale della vedretta di Fellaria e, a chiudere la splendida carrellata, il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). La serie delle cime malenche è chiusa dal pizzo Scalino (m. 3323), che occhieggia alle spalle della corna Mara. Più a destra, alle spalle del versante orientale della Val Fontana, si intravede la cima Viola. Ad est-nord-est, sul fondo, si scorge appena il gruppo Ortles-Gran Zebrù-Cevedale. Alla sua destra, ad est, il gruppo del Cevedale. Poi, in primo piano, si impongono le cime della sezione centrale delle Orobie, nella valle di Scais. Il pizzo di Rodes (m. 2829), dalle forme eleganti e regolari, seguito dal pizzo degli Uomini (m. 2788) e dal pizzo di Scotes (m. 2879). Sul crinale orobico vediamo due dei tre “Tremila” della catena orobica, la punta di Scais (m. 3038) ed il pizzo Redorta (m. 3038), che sorvegliano, dall’alto, l’invaso artificiale di Scais. Seguono il pizzo Brunone (m. 2724), la cima Soliva (m. 2710) ed il pizzo di Gro (m. 2663). In primo piano, a sud, l’elegante piramide arrotondata del pizzo del Diavolo di Tenda (m. 2926). Ancora più a destra si apre la gentile conca della Val Venina, al cui ingresso si trova l’omonima diga. Purtroppo il versante occidentale della Valle del Livrio chiude il panorama occidentale. 
La discesa, oltre che per la via di salita, può avvenire, se disponiamo di due automobili, oppure se programmiamo un pernottamento al rifugio Saffratti, anche verso l’alpeggio di San Salvatore. In questo caso, tornati all’alpe Meriggio, invece di imboccare il tracciato della pista verso est, prendiamo in direzione opposta, aggirando il crinale che scende verso nord-ovest dalla punta di Portorella e raggiungendo l’incantevole conca dei laghi delle Zocche (m. 2061). La strada prosegue in direzione sud-ovest, e conduce alla conca sul cui limite inferiore è adagiato il lago della Casera (m. 1920). Se vogliamo abbreviare l’itinerario, possiamo scendere al laghetto e trovare facilmente, nei pressi della sua riva settentrionale, un sentierino che scende in un largo vallone, si addentra in un bel bosco di larici e conduce al limite settentrionale dell’alpeggio. Se invece preferiamo continuare a seguire la strada, che ci impone qualche saliscendi, giungeremo all’alpeggio di Camp Cervè (m. 1954), dal quale poi cominceremo a scendere, con diversi tornanti, alla volta di san Salvatore. 
Qui possiamo pernottare al rifugio Saffratti, oppure scendere, seguendo un tratturo che si presenta assai ripido nel primo tratto, per poi allargarsi a strada
alpe trombaasfaltata e farsi più dolce nel prosieguo.
Vale la pena di ricordare, infine, che gli itinerari proposti sono ottimi anche per gli amanti dell’alpin-bike, a condizione, ovviamente, che si segua sempre (tranne che nell’ultimo tratto di salita al pizzo) il tracciato della pista e si sia ben allenati (la salita, infatti, ha un andamento piuttosto irregolare e propone diversi tratti in forte pendenza).

È interessante leggere, infine, la relazione dell’escursione al Meriggio effettuata il 2 agosto 1888 dal già citato Bruno Galli Valerio: “Cominciammo a salire il Meriggio con una grandine sottile e rada, col cupo mormorio del tuono ancora in lontananza. Mano mano si saliva, il cielo andava facendosi più oscuro; la grandine si faceva più fitta; il vento cominciava a soffiare, il tuono si rendeva più distinto, si avvicinava.Toccammo la cima e l'uragano si scatenò. Colpi fragorosi di tuono, che morivano in un sordo brontolio, si udivano verso la valle del Livrio; dalle valli d'Agneda, d'Ambria e di Venina usciva ululando il vento, si confondeva in un vortice che s'innalzava verso il Meriggio portando violentemente una grandine fittissima che copriva di uno strato bianco tutta la cima. Ogni albero dei boschi vicini mandava la sua voce: Quale acuta, stridula; quale cupa, lamentevole, e tutte quelle voci si univano col mugghiare del tuono in un lungo ululato. Laggiù in fondo alla valle Venina, il vento furioso giuocava nelle acque del lago e sollevava cavalloni che si inseguivano, si superavano, si ammonticchiavano verso la cascata, troppo stretta per loro, per cui erano costretti a rovesciarsi sui lati. Più in su, lungo i fianchi del monte, una lunga fila di vacche pascolava tranquillamente sotto l'infuriare del vento e della grandine, mentre i pastori, immobili nei loro lunghi mantelli verdi, appoggiati sui loro robusti bastoni, volgevano all'intorno lo sguardo come per scrutare se quelli erano i prodromi di una tempesta ancora più violenta o se essa era già giunta al suo apice. Dopo aver vagato alcun poco lungo la cresta del Meriggio, ci appoggiammo all'ometto e assistemmo muti a quello spettacolo stupendo che si svolgeva all'intorno di noi, spettacolo la cui imponenza veniva aumentata dalla sconfinata altezza a cui l'immaginazione vedevaelevarsi le cime, a metà perdute in mezzo alla nebbia, del gruppo Coca-Redorta. Ma a poco a poco quella furia di tuoni e di vento andò rallentandosi. Soltanto la grandine croce sul monte meriggiocontinuò a cadere e volle seguirci nel ritorno, lasciando campo libero alla neve che in breve cadde, silenziosa, tranquilla a coprire la cima di un candido velo. - Lo spettacolo di questo uragano starà sempre scolpito a forti linee. Giammai, nemmeno sul mare, ho potuto rimanere colpito dalla lotta degli elementi come là, sul Meriggio. Lo confesso: ho provato maggior impressione nell'assistere a quella grandinata che non alla vista di tanti panorami.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).  

 fonte: M. Dei Cas